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Star bene a scuola

articoli e riflessioni di rosalia fiaccabrino

Ogni bambino l’ha dentro di sé: è la gioia della scoperta, la spinta che lo fa giocare, chiedere, toccare e guardare ogni cosa. Compito dell’insegnante è trasformare questa "luce" nel piacere di imparare - Mario Lodi

Marco è un ragazzino giudizioso, carino, con due occhi grandi e intelligenti e, tutto sommato, molto tranquillo.

E’ andato alla scuola dell’infanzia molto volentieri, anche se mostrava un po’ di timidezza, e fino in quarta non ha avuto problemi, era molto bravo e capace.
Mostrava molta propensione per le materie scientifiche interessandosi a tematiche extrascolastiche come l’astronomia: la sua curiosità attiva lo spingeva a ricerche personali, ad osservare – guidato - le stelle e i pianeti mostrando un interesse particolarmente spiccato.

In quinta emergono i primi problemi. Cambia insegnante di matematica e scienze e si manifestano le prime ricadute negative sullo studio.
Dà segni di insofferenza e al mattino accusa dolori alla pancia.
Rifiuta di impegnarsi e afferma che non gli piace andare a scuola, non gli piace la matematica né la storia ecc. Anche in italiano non ha i successi di prima!
Fa capolino pian piano la demotivazione allo studio. Tuttavia supera la licenza elementare con un giudizio di ottimo/distinto in tutte le discipline.

Inizia le scuole medie con una demotivazione latente, studia poco ma riesce ad ottenere buoni risultati …il mal di pancia mattutino è sempre in agguato: non parla, non si lamenta ma qualcosa lo turba sicuramente.
Si sente poco apprezzato e questo crea un circolo vizioso: non si impegna adeguatamente e non mostra a pieno le sue capacità, non si sente gratificato e diminuisce sempre più l’impegno.

Da quando la mamma ha iniziato un’attività che la vede occupata quasi tutto il giorno, egli lamenta la sua mancanza e la esprime dicendo che stavano meglio prima quando era sempre in casa con loro, nonostante nei tempi liberi ella si dedichi a lui e agli altri due fratelli.
Il malessere è stato un crescendo ed ha avuto il suo culmine in seconda media: forti attacchi di colite, un’influenza con complicazioni ai bronchi, che l’ha tenuto per molto tempo a casa, hanno dato il colpo di grazia alla sua situazione affettiva, già minata dai saltuari e pochi successi scolastici.

I problemi scolastici hanno connotazione diversa e presentano livelli più o meno seri, non hanno un' unica radice ma sono una somma di concause.
Riguardano lo studente e la sua affettività, il suo ambiente socioculturale, il clima familiare, la qualità dell’istituzione scolastica e degli insegnanti.

Mi viene in mente un altro ragazzino molto in gamba, figlio di una mia collega… Egli lamenta l’inutilità della scuola e spesso si impegna - un po’ per gioco un po’ sul serio – a costruire mappe di itinerari per riuscire a scappare dalla scuola…
Riesce così a comunicare il suo malessere trasferendolo in un’attività per lui gratificante e costruttiva. Perché non sta bene a scuola?!?!

Ogni docente, in specie della scuola dell’obbligo, oltre ad insegnare la propria disciplina, essendo un educatore/formatore, deve preoccuparsi della formazione dei suoi allievi, deve carpirne i messaggi anche se non chiari, deve conoscere ogni suo alunno per educarlo, sostenerlo e soprattutto guidarlo alla conquista del sapere e al gusto dell’imparare.
Altrimenti piuttosto che il “piacere di imparare” innescherà disagio e difficoltà di apprendimento.
A tal fine un ruolo fondamentale gioca la psicologia dell’età evolutiva, di cui l’insegnante deve avere conoscenze approfondite anche se essenziali, per “soccorrere” e soprattutto per agire senza infierire o ancora peggio ferire.
Elementi di psicologia, didattica e metodologia - insieme ai contenuti disciplinari - devono essere calibrati, per personalizzare gli interventi ed ottenere da ciascuno allievo il massimo nell’impegno, nell’apprendimento e nel coinvolgimento affettivo relazionale.

Famiglia e scuola sono i due poli su cui poggia la formazione, non devono essere perciò in conflitto, ma cooperare in sinergia per un obiettivo comune: il successo formativo.
La famiglia può essere fattore di rischio o di protezione, così come del resto lo è la scuola e il docente. Dipende dalla qualità della relazione e dallo stile educativo.
È importante stare in ascolto, sostenere il ragazzo e non abbatterlo davanti agli insuccessi. A volte è difficile mettersi in gioco, ma sia l’insegnante sia il genitore hanno corresponsabilità rispetto al successo scolastico. Dunque collaborino passandosi le informazioni necessarie non solo del cattivo o buon rendimento, ma piuttosto sulle reazioni e sulle istanze affettive che il ragazzo “rilancia”

Per fortuna Marco è stato aiutato da una buona collaborazione tra scuola e famiglia.
La madre capendo a pieno i disagi del figlio ne ha parlato con gli insegnanti.
Essi, a loro volta, si sono mostrati disponibili ad un dialogo educativo concordando con i genitori un “modus educandi” comune perché il ragazzo deponesse le sue armi di difesa come la chiusura e il rifiuto per lo studio, a suo dire “imposto”.

Quest’ anno ha ricominciato ad assumersi la responsabilità di “studente” ligio ai doveri scolastici e i risultati non si sono fatti attendere: successi gratificanti, serenità visibile e soprattutto niente mal di pancia!

Postato il Mercoledì, 06 dicembre @ 11:14:37 CET di lia

 
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