Thassadit Amzwar è una ventitreenne algerina, in fuga dalla guerra civile. Suo padre è stato brutalmente ammazzato, la madre è morta di malattia. Lei stessa, rifugiata negli Stati Uniti, ha sperimentato povertà ed emarginazione. Nonostante tutto, attraversa la vita con una leggerezza e una speranza che incantano gli altri. È felice. Da dove le viene questo ottimismo resistente alle più orrende avversità della vita? Dal dna. «Thassa» è portatrice del gene della felicità.
Non sembra inverosimile la storia, anche se Thassa è solo un personaggio del romanzo Generosity di Richard Powers (pubblicato negli Usa, sarà tradotto dalla Mondadori nel 2010), che ruota attorno alla figura di questa giovane dotata di congenito buonumore. Forse, se si facesse realmente un sondaggio di opinione come quello descritto nel romanzo, si troverebbero molte persone convinte che il gene della felicità non solo esista, ma sia già stato scoperto.
Da tema centrale della filosofia la ricerca della felicità è diventata un filone di indagine della scienza medica, dalla genetica alla neurobiologia. E soprattutto della psicologia, che ha visto al suo interno una rivoluzione di cui si può anche rintracciare una precisa data di inizio.
Martin Seligman, psicologo all’Università della Pennsylvania, nel discorso di inaugurazione della sua presidenza all’American psychological association, nel 1998, invitò i colleghi a smetterla di occuparsi solo di disagio e malessere e di studiare il lato solare della natura umana: l’ottimismo, il coraggio, la perseveranza, ciò che fa fiorire le persone e rende la vita piena, soddisfacente, meritevole di essere vissuta.
Fu preso in parola. Il primo numero del 2000 di American Psychologist, la rivista dell’associazione, era dedicato alla psicologia positiva, come questo movimento ha preso a chiamarsi. Da allora è stato un crescendo di finanziamenti e ricerche. Fino alla scorsa estate, quando 1.600 ricercatori da 52 paesi si sono riuniti a Filadelfia per il primo congresso mondiale della società di psicologia positiva a parlare di felicità.
Felici si nasce, si diventa? La gioia di vivere dipende da noi, dalle circostanze della vita, da quello che abbiamo o non abbiamo? Si può accrescere? Si può imparare a essere felici, o almeno meno tristi? A dire il vero, alcune mosche bianche si erano già dedicate a studiare la questione. Mihaly Csikszentmihalyi, americano di origine ungherese dal nome impronunciabile, professore di psicologia all’Università di Chicago, già negli anni 70 chiedeva alle persone di descrivere quelle che per loro erano «esperienze positive» e aveva teorizzato dell’esistenza del «flow»: lo stato di profonda gratificazione in cui uno si sente così coinvolto in quello che fa da dimenticare il tempo e ciò che ha attorno. Parentesi di benessere, utili però a individuare che cosa più gratifica le persone. E a capire se è lo stesso per tutti.
Queste ricerche continuano. «Abbiamo intervistato circa 6 mila persone nei più svariati paesi, dall’India all’Indonesia, fino agli indiani navajo» dice Antonella Delle Fave, professore di psicologia generale all’Università di Milano. «L’85 per cento degli intervistati riconosce di avere provato il flow, l’esperienza ottimale, soprattutto in tre ambiti: il lavoro, il tempo libero strutturato, cioè hobby come lo sport, la lettura, un’attività artistica, e le relazioni». A dare i livelli più bassi di soddisfazione, sebbene la gente confessi di dedicarvi molto tempo, sono i media: tv, videogiochi, internet.
Degno di nota è che l’esperienza ottimale esiste anche fra chi avrebbe meno ragioni di gioire. «Confrontando la vita prima e dopo l’incidente di persone paraplegiche si vede che ciascuno cerca di ricostruire, spesso riuscendovi, nuclei di benessere» osserva Delle Fave.
Viene spesso citato uno studio a conferma di un fatto all’apparenza sorprendente: chi ha vinto la lotteria o realizzato il sogno di una vita non vede aumentare il suo livello di felicità nel lungo periodo. Mentre sopravvissuti a traumi e tragedie, passato un po’ di tempo, dichiarano lo stesso livello di felicità di prima. È come se ognuno ritornasse al punto di partenza. Questo dato viene oggi interpretato in maniera meno rigida: non c’è un livello di felicità fisso e predeterminato, ma gli esseri umani sono molto più bravi ad adattarsi a quanto la vita riserva, nel bene e nel male, di quanto si rendano conto. Al contrario, hanno molte idee sbagliate su che cosa li renderà felici.
La ricchezza, lo dice anche il vecchio adagio, non fa la felicità. Un concetto oggi studiato e misurato dagli scienziati sociali. Se passare da un guadagno annuale di 5 mila euro a 50 mila fa un’enorme differenza, mettere in tasca 50 milioni invece di 50 mila euro non influisce granché su come uno si sente. Tanto che gli economisti cercano alternative al pil per definire il benessere di una società, visto che la sola ricchezza del paese non è una misura affidabile.
Quella di fare errori sistematici di valutazione quando si tratta di proiettarsi nel futuro sembra una caratteristica intrinseca della nostra specie, come mostrano gli studi di Daniel Gilbert, psicologo di Harvard. Uno dei più comuni è pensare che ci sentiremo nel futuro come ci sentiamo ora, lo stesso di chi va al supermercato affamato e fa la spesa per la settimana sull’impulso del momento.
Nonostante lo sforzo profuso nel venire a capo di che cos’è la felicità, il concetto rimane ambiguo anche per gli psicologi (c’è chi rifiuta proprio di usare il termine). E si ripropone anzi il dilemma su cui si sono arrovellati per secoli i filosofi: la verità sta nel piacere o nella virtù? È felice chi nel quotidiano ha il termometro dell’umore più orientato sui valori del buonumore che su quelli della tristezza? O chi sente di crescere e di realizzarsi in un percorso di vita in cui condivide con altri i suoi obiettivi?
Carol Ryff, professore di psicologia all’Università del Wisconsin, si rifà ad Aristotele che individuava il sommo bene dell’uomo nella realizzazione dell’autentica natura umana, e parla di «benessere eudaimonico». «Penso che la felicità sia solo un aspetto di ciò che costituisce il benessere psicologico, e non dovrebbe essere vista come l’indicatore principale di quel che distingue una buona vita» dice rispondendo alla domanda se si può definire la felicità. «Molte delle più importanti sfide, tirare su dei bravi figli, fare bene al lavoro, essere un buon membro della propria comunità, non portano felicità nel breve termine. In parole povere, molte delle cose che dobbiamo fare ogni giorno per essere persone decenti sono stancanti, impegnative, stressanti».
Nella sua teoria, Ryff individua sei dimensioni del benessere psicologico, che definiscono ciò che significa stare bene. Conta la sensazione di essere in grado di affrontare la vita quotidiana, ma anche quella di crescere emotivamente e sentire di avere uno scopo nell’esistenza, avere buone relazioni con gli altri e non lasciarsi influenzare troppo dal loro giudizio.
In uno dei più ampi studi mai condotti in materia, Midus, ovvero Midlife in the United States, partendo dall’ipotesi che il benessere psicologico influisca sulla salute, Ryff cerca di misurare se e quanto sia vero. Diversi risultati confermano: donne «felici» in base alla sei dimensioni, per esempio, hanno livelli più bassi di cortisolo (l’ormone dello stress) e di molecole infiammatorie, e più alti di colesterolo «buono».
Sulla strada per la felicità, però, Ryff non dà una ricetta semplice. «Quello che credo conti di più è la perseveranza e il lavoro duro. Conta certo avere buoni geni, avere accesso a risorse e opportunità, ma nei nostri studi abbiamo identificato persone che non hanno ereditato nessuno di questi vantaggi, eppure hanno scopi alti, un elevato senso di crescita, di padronanza della vita, buone relazioni. Le vedo come esempio di resilienza, che significa farcela nonostante le avversità».
Già, la resilienza. Parola quasi impossibile da tradurre dall’inglese «resilience»: l’idea che sia possibile adattarsi in modo soddisfacente a un ambiente difficile. O riorganizzarsi la vita in modo positivo a dispetto delle circostanze. Dipende dall’educazione e dall’apprendimento nei primi anni di vita, ma si può imparare.
Se sul mercato abbonda l’offerta di pronto intervento per la felicità, libri, manuali, corsi di guru e specialisti al limite del cialtronesco (uno dei crucci del movimento della psicologia positiva), la ricerca sul benessere psicologico ha anche prodotto interventi seri.
Giovanni Fava, psichiatra e professore di psicologia clinica all’Università di Bologna, è l’«inventore» di una well-being therapy, psicoterapia breve con il merito di essere stata sottoposta a verifica sperimentale, cosa non comune per le terapie basate sulla parola. «In realtà non abbiamo inventato niente. Lo diceva già Seneca nel De vita beata: la felicità si può apprendere con l’esercizio. Oggi sappiamo che è possibile accrescere il benessere psicologico e che questo dà una maggiore resistenza agli stress che la vita porta ad affrontare».
In poche sedute il paziente prende coscienza dell’importanza di relazioni profonde con gli altri, del fatto che problemi a prima vista insormontabili non sono diversi da quelli superati con successo nel passato, di come si può resistere alle pressioni sociali e accettare lati positivi e negativi di se stessi e degli altri. Si traggono lezioni dalle esperienze positive (che tutti hanno, anche nel peggiore dei periodi) e si ridimensionano le aspettative irrealistiche sulla propria vita.
La well-being therapy, che si è diffusa in tutto il mondo, è risultata utile a scuola nell’aumentare il benessere degli studenti e forse, indirettamente, il rendimento scolastico; e nel contrastare fenomeni come il bullismo. In uno studio in Italia (in corso di replicazione in Germania) ha dimostrato la sua efficacia nel prevenire le ricadute della depressione. Mentre sta per partire a Bologna un altro studio per verificarne l’utilità nel decorso clinico dopo un infarto.
Sentirsi capaci di far bene, che si tratti di studio, lavoro, di rapporti con le persone, è una delle componenti cruciali del benessere. E queste convinzioni, che oltretutto orientano le scelte di vita, possono essere modificate in positivo o in negativo. Patrizia Steca, ricercatrice all’Università di Milano Bicocca, con il suo gruppo ha studiato per esempio quanto contano negli sportivi, dai giocatori di basket ai calciatori. «Ci può essere chi ritiene di essere bravo nel suo ruolo ma, per esempio, di non saper gestire l’ansia pregara, oppure i rapporti con i compagni di squadra. Spesso, però, questa consapevolezza, da cui parte la possibilità di migliorare, viene espressa solo se uno ci riflette» spiega Steca.
Da queste ricerche è nata la proposta di manuali per coach e allenatori dei vari sport su come misurare le convinzioni di autoefficacia (così si chiamano nel gergo degli psicologi) dei propri atleti per volgerle al meglio.
Lo sforzo della psicologia insomma è di individuare le risorse personali e puntare su di esse per la costruzione di una felicità che non è un paradiso zen ma la ricerca di sfide impegnative affrontate con tenacia, passione e convinzione.
Una domanda a cui la scienza non può sfuggire è: a che cosa serve la felicità? Dopotutto, la selezione naturale ha forgiato l’uomo per aumentare le sue possibilità di sopravvivenza. Un individuo permanentemente felice e rilassato se ne sarebbe stato tutto il giorno al calduccio nella sua tana invece di andare a caccia a procurare il cibo per sé e per la sua prole, provocando rapidamente l’estinzione della specie. Insomma, a conti fatti, non è un caso se, come dice Gilbert, la felicità è un posto da visitare, non certo un posto in cui vivere.
Postato il Giovedì, 11 febbraio @ 21:20:48 CET di lia